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mar 24 ottobre 2017
LINEA DIRETTA | RISTORAZIONE

Un sole sulla tavola

Niente come la polenta dà calore e colori di intimità familiare e fraterna convivialità.
Attorno a questo cibo che pare magnetico, si consuma un rito: il paiolo che gorgoglia, l’attesa golosa, lo scodellamento sul legno, il filo per tagliarla...
 
Luso di cuocere in acqua cereali macinati fra due pietre risale alla notte dei tempi.
Dalla preistoria passando per Egizi, Assiri, Babilonesi, Greci e Romani qualcosa di simile alla polenta si è evoluto fino alla canonizzazione di questo cibo semplice ed eccellente così come lo conosciamo.
Dapprima i cereali utilizzati erano il sorgo, l’orzo, la segale, il grano saraceno, il miglio, il farro e quant’altro; ma il rapporto privilegiato e duraturo si è stabilito con il mais, giallo e bianco, appena dopo la scoperta del continente americano.
Il mais (mahiz, come denominato dai popoli centroamericani) prese piede in Europa nella metà del Cinquecento. In Italia fu introdotto dalla Repubblica di Venezia che lo fece coltivare dapprima in Friuli e nel Polesine. Ebbe grande fortuna e ben presto si diffuse in tutta Italia, e di conseguenza la polenta, che ogni regione arricchiva (e ancora oggi) secondo le tradizioni locali.

PIATTO POVERO
PER ECCELLENZA

La polenta, come il pane, si accompagna potenzialmente a tutto con successo, ed è inutile decretare fra l’innumerevole ricchezza dei condimenti quale raggiunga i vertici del gusto.
Va detto però che la polenta, piatto povero per eccellenza, ricorda anche la miseria, le fami ataviche, il miraggio di una pronta ma breve sazietà.
Con tutto ciò, attorno a questo cibo che pare magnetico, è innegabile che si consumi un rito, che sia in allegria o in mestizia: il paiolo che gorgoglia, l’attesa golosa, lo scodellamento sul legno, il filo per tagliarla: niente come la polenta dà calore e colori di intimità familiare e fraterna convivialità. Non solo, ma questo umile desinare ha ispirato pagine memorabili della letteratura italiana. Forse la più celebre è quella del Manzoni, nel capitolo VI dei Promessi Sposi, quando Renzo si reca a casa del cugino Tonio per convincerlo a far da testimone alle sue nozze.
Nel Novecento, fra le altre celebrazioni della polenta, ecco quella del grande poeta Umberto Saba nella poesia Cucina Economica: “…In grande povertà anche è salvezza./Della gialla polenta la bellezza/ mi commuove per gli occhi; il cuore sale,/ per fascini più occulti, ad un estremo/dell’umano possibile sentire.”



Responsabile: Maria Teresa Frisa - Linea Diretta
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