Per migliorare il nostro servizio, la tua esperienza di navigazione e la fruizione pubblicitaria questo sito web utilizza i cookie (proprietari e di terze parti). Se continui la navigazione accetti di utilizzarli. Per maggiori informazioni (ad esempio su come disabilitarli) leggi la nostra Cookies Policy. Cliccando sul bottone "ok" qui a fianco, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all'uso dei cookie.
lun 21 maggio 2018
LINEA DIRETTA | RISTORAZIONE

I mille volti della sostenibilità

Il rispetto dell’ambiente e l’esigenza di preservare le risorse del pianeta per le generazioni future sono fattori importanti che orientano le scelte degli acquirenti
 
Il consumatore italiano, che negli ultimi trent’anni si è dimostrato piuttosto tiepido nei confronti della corporate social responsibility (Csr), che tanto impegnava gli addetti degli uffici marketing delle multinazionali e anche delle medie e grande imprese italiane, pare invece oggi apprezzare l’impegno sul fronte della sostenibilità delle aziende, tanto da prediligere al momento dell’acquisto i loro prodotti.
Di sostenibilità si è molto parlato lo scorso anno in concomitanza con Expo Milano 2015 e si continua tuttora a parlare.
La potremmo considerare un’evoluzione della Csr, meno giocata sulla visione etica della singola impresa che la persegue e la applica e più improntata al rispetto di principi e indirizzi promossi da organizzazioni internazionali come Onu, Fao, Ocse e così via. E si sostanzia in tre componenti: sostenibilità economica, intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione; sostenibilità sociale, ovvero capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione, democrazia, partecipazione, giustizia) equamente distribuite per classi e genere; e sostenibilità ambientale, volta a preservare la qualità e la disponibilità delle limitate risorse naturali del pianeta, così da renderne disponibile la fruizione anche alle generazioni future.
A seconda del settore di attività di ciascuna azienda, la sostenibilità può concretizzarsi in obiettivi e azioni diverse fra loro e può dar luogo anche a ottimizzazioni dei processi aziendali che, a loro volta, si possono anche tradurre in risparmi sui costi e quindi incoraggiano le imprese a perseverare nelle loro scelte di sostenibilità.
Il binomio sostenibilità-risparmio non è però sempre garantito. Come emerge dalle dichiarazioni di alcuni protagonisti del mondo produttivo agroalimentare che abbiamo intervistato in questo servizio.

PER SGAMBARO
È UN PUNTO D’ONORE

Pierantonio Sgambaro, presidente della veneta Mulino e Pastificio Sgambaro (20 milioni di euro di fatturato, oltre 20.000 tonnnellate di grano lavorato l’anno), per esempio, non ha problemi ad ammettere che le scelte di sostenibilità fatte dalla sua azienda si traducono in extra-costi quantificabili all’incirca in un 5% in più.
«È vero - ammette Sgambaro - che se ti doti di motori ad alta efficienza che consumano meno energia, nel tempo ripaghi l’investimento. Molte mie scelte di sostenibilità, comportano però degli aggravi di costi che riducono la redditività dell’azienda. Ne sono consapevole e mi va bene che sia così».
Qualche esempio? Per essere sicuro che il grano utilizzato per produrre la sua pasta sia esente da pesticidi, Sgambaro ha scelto di comprarlo quasi esclusivamente da agricoltori italiani del Veneto, dell’Emilia Romagna, della Puglia (i grani biologici) del Centro Italia (i grani antichi e il farro), che coltivano secondo capitolati stabiliti dalla sua azienda.

OROGEL PERSEGUE
L’IMPATTO ZERO

Ridurre il proprio impatto ambientale fino ad azzerarlo è la strategia di Orogel, azienda leader nella produzione di verdure surgelate del cesenate con un fatturato di 328 milioni di euro. Perseguendo obiettivi anche di sostenibilità sociale, l’azienda ha scelto di approvvigionarsi prioritariamente di verdure prodotte in Italia, che valorizzano le eccellenze tipiche della nostra Penisola.
Una sostenibilità che Orogel sta attuando a suon di investimenti: 120 milioni di euro nel quinquennio 2011-2015, cui se ne aggiungeranno altri 80 nel triennio 2016-2018.

MUTTI: RIDURRE L’IMPRONTA IDRICA
IN TUTTA LA FILIERA

Tutto giocato sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica e dell’impronta idrica l’impegno per la sostenibilità di Mutti, prestigioso brand parmense dei derivati del pomodoro.
L’azienda, che fattura oltre 190 milioni di euro, con il supporto scientifico del Wwf e del Dipartimento per l’innovazione dei sistemi biologici, agroalimentari e forestali dell’università della Tuscia, per prima in Italia nel 2012 ha calcolato i consumi di acqua delle sue produzioni, dalla coltivazione del pomodoro al prodotto finito. E si è data l’obiettivo iniziale di ridurre le emissioni di CO2 del 19% e l’impronta idrica del 3% entro il 2015. Obiettivo raggiunto. Ma è solo l’inizio.

LAVAZZA: PRIMO BILANCIO
DI SOSTENIBILITÀ

Festeggiando i 120 anni di vita del gruppo, nella primavera dell’anno scorso, Lavazza, settimo player mondiale nel caffe con un fatturato di 1,34 miliardi di euro, ha reso pubblico l'impegno a improntare il suo modello di business sulla sostenibilità.
E ha presentato il suo primo bilancio “verde” e i traguardi fin qui raggiunti, grazie a investimenti medi annui lungo tutta la filiera di circa 14 milioni di euro, stando alle cifre fornite da Marco Lavazza, vicepresidente del Gruppo. L’azienda definisce la sua corporate social responsibility “2.0”, in quanto crea valore per tutti gli stakeholder.

CARLSBERG: QUANDO L’INNOVAZIONE
È GREEN

Se nel mondo del caffè modalità più sostenibili di erogazione del prodotto sono un fenomeno recente, in quello della birra risalgono all’inizio del decennio. È infatti nel 2011 che la filiale italiana del gruppo birrario danese Carlsberg è stata scelta per implementare, in anteprima mondiale, DraughtMaster, il sistema di spillatura della birra basato su fusti in Pet, in sostituzione di quelli classici in acciaio, che non richiede l’impiego di CO2, bensì una semplice compressione per la spillatura, quindi notevolmente più sostenibile.

HEINEKEN: “FABBRICARE”
UN MONDO MIGLIORE

“Brewing a better world”, è invece il nome del piano globale di sostenibilità, avviato nel 2010, dal gruppo birrario olandese Heineken. Piano che dovrebbe consentirgli di raggiungere importanti traguardi di qui al 2020 in termini di tutela delle risorse idriche, di riduzione delle emissioni di CO2, di approvvigionamento sostenibile e di promozione della sicurezza e della salute dei propri addetti, di un consumo responsabile e di una crescita aziendale di pari passo con quella delle comunità in cui opera.
Heineken Italia, che nel nostro Paese produce 5,2 milioni di ettolitri di birra, dal lancio del programma ha già raggiunto significativi risultati: una riduzione del 55% delle emissioni di CO2 nelle fasi di produzione della birra, equivalente alla capacità di assorbimento di circa 20 milioni di mq di foresta; e del 38% del consumo di acqua per ettolitro di birra prodotta. Già oggi, inoltre, l’azienda utilizza energia elettrica proveniente al 100% da fonti rinnovabili e ha sensibilizzato oltre 190.000 persone ai temi del bere responsabile.



Responsabile: Maria Teresa Frisa - Linea Diretta
Tutti i diritti riservati.
È vietato prelevare e riprodurre immagini e testi.
È permesso riprendere brevi citazioni, a condizione che sia indicata la fonte.


Linea diretta

Altri articoli